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Una delle prime tracce di falsificazione dei cibi, risale al primo secolo
dopo Cristo. Essa consiste in un'anfora gallica recante un falso sigillo
romano che conteneva del vino il cui produttore voleva far passare per
originario della Campania.
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Risalgono sempre alla stessa epoca alcuni scritti di Plinio il Vecchio
e di Dioscoride Pedanio nei quali si denunciano alcune pratiche di
falsificazione di spezie ed aromi per la cucina più rari e ricercati.
Nel Medio Evo le sofisticazioni di cibo più condannate consistevano nella
vendita di carni alterate, rovinate, gonfiate, di burro rancido tinto con erbe e
fiori gialli, birra ottenuta da bacche selvatiche, pece resina e peperoncino.
Contro questi "cibi indegni" i governanti emanavano invano editti ed ordinanze.
Nel 1820, un chimico tedesco di nome Frederick Accun, pubblicò in
Inghilterra, un libro in cui comparivano alcune rivelazioni sulle tecniche di
sofisticazione di alcuni cibi. Il chimico, in particolare, sosteneva che le
incrostazioni che attestavano l'invecchiamento del porto potevano essere
riprodotte con il
tartrato doppio
di potassio, che il colore verde dei cetriolini sotto aceto si
otteneva con l'aggiunta di rame, che le sfumature colorate impiegate per
guarnire i dolci erano prodotte dai sali tossici di rame e piombo, che il minio
si usava per dare colore alla crosta del formaggio e che il pane veniva
appesantito dall'allume.
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