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Gli anni immediatamente successivi alla guerra vedono la popolazione affamata, il razionamento dei viveri messo in atto durante il conflitto che aveva contribuito allo sviluppo del mercato nero, squilibrando ulteriormente l'economia italiana già instabile. L'alimentazione è ancora subordinata alle possibilità economiche e rimane un segno distintivo di appartenenza a gruppi sociali ben definiti (Vedi i gruppi sociali come erano suddivisi nel '900) Le fasce meno abbienti sono ridotte alla fame, ma quasi tutta l'Italia è malnutrita. Gli squilibri nutrizionali dovuti alla quasi totale mancanza di carne e pesce, e al razionamento di tutto il resto, sono tornati a livelli altissimi, la situazione nelle campagne è pessima, ma nelle città è disastrosa.
L'Italia comincia a riprendersi economicamente solo alla metà degli anni '50, quando la ricostruzione postbellica da il via a quello stato di benessere diffuso ai vari strati sociali, che culminerà negli anni '60. In questo primo periodo, però, la nuova prosperità economica stenta a raggiungere le campagne, soprattutto quelle del Mezzogiorno, ancora imprigionate in un'economia agricola tradizionale. L'alimentazione continua ad essere il tratto distintivo dell'appartenenza o meno alle classi più abbienti, anche se l'aumento dei salari fa si che intere fasce di lavoratori diventino più agiate aprendo anche a loro al possibilità di una dieta variata in cui la carne, e non solo le frattaglie, finalmente appare settimanalmente. Non è più necessario aspettare le occasioni di festa per poter fare un pranzo in cui ci sia un piatto di carne, per molti basta aspettare la domenica. Il pranzo domenicale si carica di forti significati simbolici, è il giorno del riposo, della festa, del pranzo come si deve, le famiglie che possono permetterselo, proprio come le ricche famiglie degli inizi del secolo possono anche concedersi il lusso dei dolci. Le "paste" portate in trionfo a casa dalla pasticceria, nel loro fagottino confezionato con nastrini colorati, come se fossero un regalo, sono l'elemento più evidente della nuova prosperità.
Il benessere economico di questo periodo investe diverse categorie sociali e professionali, lasciandone escluse altre. Il divario fra Nord e Sud, e fra città e campagne è ancora evidente, anche se a poco a poco riuscirà a ricomporsi. Fra Nord e Sud continua ad esistere una differenza fra i livelli di reddito, questa, però, non si traduce più in una differenza di consumi alimentari. Altrettanto dicasi per le campagne, che grazie all'accresciuto potere di acquisto dei contadini e alla capillarizzazione dei mercati non soffrono di alcun tipo di emarginazione commerciale e dei consumi. Negli anni sessanta, si registrano dati sui consumi, che vedono per la prima volta in forte crescita la carne bovina, e altri tipi di carne (pollo, tacchino, coniglio, selvaggina) e la carne suina. L'incremento di quest'ultima è dovuto anche alla grande diffusione del prosciutto, che molte volte sostituisce il classico piatto di carne. Per quanto riguarda l'uso del pomodoro e degli ortaggi, possiamo parlare di un vero e proprio boom, come per gli agrumi, la frutta fresca, il latte, i formaggi e i latticini. Sulle nostre tavole appare l'olio di semi, anche se a farla da padrone è l'olio d'oliva che soppianta del tutto il lardo e quasi del tutto il burro, nella cucina quotidiana.
La diminuzione del numero di figli per ogni famiglia partecipa
all'incremento delle possibilità economiche, molte volte anche la madre lavora
percependo un salario adeguato, ed in casa entrano in linea di massima più
soldi, che servono per il fabbisogno di un numero limitato di persone. Se lo
status di appartenenza ad una classe sociale più alta prima era la possibilità
di mangiare pane bianco, carne e pesce, adesso l'interesse è spostato anche
verso altri oggetti del desiderio.
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